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Cinquant’anni fa il “giudizio di Parigi”. E l’Italia ancora ringrazia…

Cinquant’anni fa il mondo del vino conobbe la sua più grande rivoluzione: il 24 maggio 1976 in una degustazione alla cieca (ovvero i giurati non sapevano cosa stavano assaggiando) un gruppo di qualificati esperti francesi, inglesi e statunitensi determinò che i vini californiani erano migliori, o quantomeno stavano alla pari, dei più blasonati francesi. Nei bicchieri, due selezioni: una di Chardonnay ed una di Cabernet sauvignon.

Il risultato della degustazione fece scalpore. Non inizialmente. Le Figaro ignorò la notizia che venne però rilanciata da Time Magazine dando notorietà globale all’evento. I vincitori delle due categorie – Château Montelena 1973 per gli Chardonnay e Stag’s Leap Wine Cellars 1973 per i Cabernet sauvignon – misero sotto i migliori interpreti della Borgogna e di Bordeaux scatenando un putiferio: i giurati francesi vennero messi alla berlina, considerati improvvisamente degli sprovveduti, degli incapaci anche se fra loro c’erano Pierre Brejoux, ispettore generale delle Doc di Francia; Claude Dubois-Millot, direttore de Le Nouveau Guide; Michel Dovaz  dell’Istituto enologico di Francia; Odette Kahn, direttrice della Revue du vin che pretese indietro la propria scheda di valutazione e si dissociò pubblicamente dal “giudizio”; Raymond Oliver, proprietario del ristorante Le Grand Véfour ; Pierre Tari, proprietario di Chateau Giscours; Christian Vannequé, sommelier de La Tour d’Argent; Aubert de Villaine, condirettore del Domaine de la Romanée-Conti e Jean-Claude Vrinat, proprietario del ristorante Taillevent.

Insomma, tutto tranne che sprovveduti. La polemica fece la gioia e la fortuna di Steven Spurrier, commerciante inglese di vini e titolare di una scuola di degustazione, ma soprattutto ruppe un mito sino ad allore incrollabile: i migliori vini al mondo erano esclusivamente francesi. Il resto del mondo copiava e, al massimo, si avvicinava un po’ all’élite transalpina.

Mito crollato, mercato aperto. Gli americani che snobbavano Napa Valley e i suoi vini iniziarono a bere e comprare con maggiore determinazione, portando ad un aumento dei valori economici e della considerazione mondiale dei vini californiani; assieme ai prodotti statunitensi partì l’interesse per il vino in generale facendo degli USA il primo mercato di sbocco. Un successo tale che obbligò tutti i produttori mondiali – italiani in testa – a cambiare il modo di produrre il proprio vino. Si utilizzarono le barrique per avere vini più strutturati e complessi e per vent’anni buoni tutti fecero vini corposi, sin pesanti, perché così voleva l’America. E dopo tanta opulenza, i consumatori chiesero vini più freschi e facili da bere e da abbinare con le nuove cucine internazionali, e fu la seconda fortuna per il vino italiano che impose Pinot grigio e poi Prosecco, vendendone come se non ci fosse un domani.

Senza il “Giudizio di Parigi” il mondo del vino non sarebbe cambiato e il Veneto oggi non sarebbe il quarto produttore mondiale e la prima regione produttiva ed esportatrice d’Italia. Un grazie vogliamo dirglielo cinquant’anni dopo?

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