Il settore vinicolo italiano ha chiuso il 2025 con vendite in calo del 2,8% rispetto all’anno precedente. A trascinare verso il basso il risultato è stato soprattutto l’estero, sceso del 3,4%, mentre sul mercato interno la flessione si è fermata al 2,2%. L’”Indagine sul settore vinicolo in Italia” dell’Area Studi Mediobanca prende in esame 255 società di capitali con fatturato 2024 superiore ai 20 milioni di euro e ricavi aggregati per 12 miliardi, metà dei quali realizzati oltreconfine.
Le aziende sotto i 30 milioni di ricavi hanno perso il 3,5%, mentre le imprese più capital intensive si sono attestate a -3,7%. La frenata si è riflessa anche sui conti: Ebitda a -4,2%, Ebit a -9,5%, risultato netto a -7,5%. La debolezza si legge anche nei canali di vendita: l’Horeca ha ceduto il 2% e rappresenta ora il 17,2% del mercato; enoteche e wine bar hanno perso il 5,1% e valgono il 5,5%; la vendita diretta è scesa dell’1% e si attesta al 7,8%. In calo anche l’online, con i siti aziendali a -2,4% e le piattaforme terze a -3,6%.
Non tutti i segmenti, però, hanno accusato lo stesso colpo. Gli spumanti hanno limitato il calo all’1,5%, contro il -3,3% degli altri vini. I biologici hanno raggiunto il 6,2% del mercato e hanno perso lo 0,8%. I No-Low alcol restano sotto lo 0,5%. Sul fronte del prezzo, la fascia intermedia è quella che soffre di più con un -3,1%, davanti ai basic a -2,7% e ai premium a -2,2%.
All’estero il ridimensionamento è più netto negli Stati Uniti, dove l’export italiano segna -6,3% e concentra il 70% del Nord America. Nei Paesi dell’Ue il calo è del 2,8% e quell’area vale il 37,2% dell’export complessivo. Il Regno Unito, invece, resta quasi fermo, con un -0,7%.
Nel 2025 la produzione globale di vino è stimata in 227 milioni di ettolitri, in lieve aumento sul 2024, mentre i consumi scendono a 208 milioni. L’Italia si conferma primo produttore con 44,4 milioni di ettolitri, pari al 19,7% del totale, e resta il primo esportatore per quantità con 21 milioni di ettolitri e il secondo per valore con 7,8 miliardi di euro, dietro alla Francia. Sul mercato interno, però, il consumo pro capite passa dai 38 litri annui del 2022 ai 35,6 del 2025. In controtendenza il saldo commerciale, cresciuto in vent’anni da 2,7 miliardi di euro del 2005 a 7,2 miliardi nel 2025, con un incremento medio annuo del 5%.
Negli ultimi cinque anni l’80% delle aziende ha rilevato un calo dei consumi e per circa due terzi la tendenza è destinata a proseguire. Nonostante questo, il 70% continua a ritenere il settore attrattivo, pur dentro un mercato che si è fatto più selettivo. Dal rapporto emerge che il 72% delle imprese indica la diversificazione come leva principale, il 64% punta su nuovi sbocchi commerciali, il 60% considera decisivo il rafforzamento della comunicazione, e il 50% vede nel controllo dell’intera filiera il modello organizzativo più adatto.
Investimenti a più 3,5% (cantine, energie e tecnologie). Crolla la pubblicità
In questo quadro si inseriscono anche operazioni di M&A, consolidamento locale e passaggi generazionali. Per circa due terzi delle aziende il prezzo resta il fattore che orienta di più il consumatore, subito seguito dalla qualità. Negli ultimi tre anni i maggiori produttori hanno investito soprattutto in cantina, nel 90% dei casi, poi in efficienza energetica e tecnologia. Nel 2025 la spesa complessiva per investimenti è salita del 3,5%, mentre quella pubblicitaria è scesa del 5,4% e si è fermata al 2,6% delle vendite. Per il 2026 il 58% dei maggiori produttori si aspetta una crescita del fatturato.
Tra i gruppi maggiori, la prima posizione per ricavi resta a Cantine Riunite-Giv con 635,1 mln di euro. Seguono Argea con 462,9 mln e Iwb con 395,9 mln. Sopra i 300 mln si colloca anche Caviro con 351,3 mln. Nella fascia tra 200 e 300 milioni ci sono Antinori, Herita Marzotto Wine Estates, Cavit, La Marca, Terre Cevico, Mezzacorona, Mack & Schühle e Gruppo Collis. Sul fronte dell’export spiccano Fantini Group, che porta all’estero il 95,7% del fatturato, Argea con il 93,8%, Ruffino e Fratelli Castellani oltre il 90%. L’assetto proprietario continua a essere largamente familiare. Le famiglie detengono il 66% del patrimonio netto, quota che sale all’82% includendo le cooperative. Gli investitori finanziari partecipano al 10,2% dei mezzi propri, con banche e assicurazioni al 4,8% e fondi di private equity al 3,6%.
Il rapporto con i mercati finanziari resta marginale: dal 2015 solo due società del comparto sono quotate all’Aim, Masi Agricola e Iwb. Anche la governance conserva un’impronta molto tradizionale. L’87,4% dei consigli di amministrazione non supera i cinque componenti e nel 52% dei casi le deleghe operative sono concentrate nelle mani di una sola persona. L’età media è di 65 anni per l’amministratore unico, 64 per il presidente, 62 per il presidente con deleghe e 55 per il consigliere. Le donne restano poche: sono il 13,6% dei board e il 9,4% dei presidenti, con quote più alte nelle società non cooperative.
Veneto primo produttore e primo esportatore. Ma non vanta la migliore redditività
Il baricentro produttivo resta in Veneto, che concentra un quarto dei volumi nazionali e oltre il 35% del valore, oltre a guidare anche l’export con più del 35% del totale italiano. A distanza seguono Emilia-Romagna e Piemonte. La Puglia è la regione dove il divario tra quantità e valore è più evidente: pesa per il 15,2% dei volumi ma si ferma al 7,4% del valore. Sul piano dei margini, la Toscana registra l’Ebit margin più alto con il 15,5%, mentre il miglior Roi spetta all’Abruzzo con l’8,1%, davanti al Piemonte con il 6,9% e al Veneto con il 6,8%.
Tra i produttori più orientati all’estero ci sono quelli piemontesi, che realizzano oltreconfine il 62,4% del fatturato, i toscani con il 60% e gli abruzzesi con il 57,8%. Più debole la copertura della Lombardia, ferma al 27% dell’export, anche se la regione mostra un Ebit margin del 9,3%. Per Roe spicca invece la Puglia con il 7,1%, ma insieme con una patrimonializzazione più fragile: i debiti finanziari valgono il 58,6% del capitale investito, dato superato solo dal 62,4% delle aziende friulane. Nel 2025 il calo più marcato delle vendite riguarda proprio il Friuli Venezia Giulia, a -5,7%. Sul mercato interno soffrono soprattutto Sicilia e Lombardia, mentre sull’estero arretrano Piemonte, Trentino, Toscana ed Emilia-Romagna.
Per la prima volta il rapporto comprende anche un contributo della Fondazione Qualivita dedicato ai vini Dop e Igp e al ruolo dei Consorzi di tutela. Il comparto conta 522 Denominazioni e rappresenta il 79% del valore del vino nazionale. L’analisi, costruita sui dati ufficiali del Masaf e della Commissione europea, prende in esame oltre 440 modifiche ai Disciplinari relative a più di 160 Denominazioni italiane tra il 2022 e il 2025 e le legge attraverso quattro assi: produzione, territorio, mercato e consumatori.



