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Pinot grigio Day, il 26 maggio occhi puntati sul vino bianco più venduto nel mondo

Pinot grigio day, martedì 26 maggio gli USA celebrano il vino che più ha cambiato le abitudini di consumo e che, anzi, ha creato nuove fasce di winelover – ad esempio, il pubblico femminile -. Un vino che è essenzialmente una innovazione italiana, una delle tre che hanno – anche in questo caso – ampliato notevolmente il mercato: prosecco, valpolicella ripasso e pinot grigio. Che le tre innovazioni partano dal Veneto è anche questo un dato che meriterebbe un’analisi approfondita.

Ma torniamo al Pinot grigio. Chiave del successo la vinificazione in bianco che ha eliminato una barriera “sensoriale” per i consumatori non esperti ed ha esaltato le note floreali e fruttate del vitigno producendo un vino di facile beva, facilità di appagamento del consumatore, accettabile gradazione alcolica. Un vino che può abbinarsi a tanti piatti e a tante cucine diverse, abbattendo così tantissime barriere culturali e diventando ben presto un “go-to-guy” per usare un termine cestistico, il giocatore al quale dare sempre la palla per andare a canestro, un vino insomma che è “il” punto di riferimento nelle opzioni di scelta al ristorante o a casa.

Le prime sperimentazioni di vinificazioni in bianco nascono in Trentino, ma è nel 1961 col Pinot grigio realizzato da Santa Margherita che i produttori intuiscono le potenzialità di questo vino “nuovo” adatto ad un mercato in crescita (siamo nell’Italia del boom economico), ma anche in profondo cambiamento. Il successo internazionale lo decreta un importatore di Chicago, Anthony Terlato, che in un ristorante della Destra Tagliamento si fa portare dal ristoratore tutti i Pinot grigio in carta dei vini, una quindicina,  e li prova col più classico dei piatti italiani, una pasta al pomodoro. Vince Santa Margherita, e il suo successo fa da traino ad un’intera generazione di vignaioli che si lanciano nel nuovo Eldorado (anche abbandonando altri bianchi di più lunga tradizione).

Un Eldorado dove comunque a fianco del “metodo italiano” continuano a convivere le versioni più tradizionali con stili produttivi e profili sensoriali assai diversi fra loro: una ricchezza davvero invidiabile.

E quanto abbia funzionato lo dimostrano le statistiche dell’Unione Italiana Vini: dei 72mila ettari coltivati a Pinot grigio nel mondo ben 33mila, il 46%, sono in Italia. Il resto è frammentato in una quindicina di produttori che, al massimo arrivano a poco meno di un terzo della produzione italiana (gli USA con 9mila ettari). I luoghi di elezione del pinot grigio  – Francia e Germania –  insieme fanno altri 9mila ettari. In Italia, il Nordest è il principale areale produttivo  ben 28mila ettari, l’82% del totale nazionale – rendendo il Triveneto il polo produttivo di riferimento al mondo per questo vino. L’Italia immette sul mercato 400 milioni di bottiglie (oltre 330 milioni prodotte a Nordest delle quali 230 milioni sono DOC delle Venezie).

E’ impossibile immaginare una vitivinicoltura triveneta senza Pinot grigio e un mercato USA delle attuali dimensioni senza la versione italiana di questo celebrato vitigno francese. E questo dovrebbe far riflettere tanti winelover un po’ snob di casa nostra che continuano a non considerarlo. Una sola incognita: il successo del Pinot grigio, che sembra inarrestabile, consentirà la crescita di altri vini bianchi italiani nel mondo? Non certo con questi volumi produttivi, ma ci potrà essere un erede?

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